Pescador anno 1992

 

Appunti di un “viaggio”

Trent’anni fa chiedevo al Vescovo il permesso di andare in Kenia, in una missione dei Padri della Consolata per offrire qualche anno di servizio alla causa missionaria.

“Ti darò risposta fra un anno” mi disse Mons. Cambiaghi un po’ seccato, spedendomi dal vescovado con una benedizione frettolosa.
In un’altra occasione, puntandomi l’indice come per avvisarmi, diceva: “Tu vuoi andare a caccia di leoni e non in missione”.

Passato il lungo inverno valsesiano, quando l’estate accarezzava le dense pinete di Fervento, scesi a Novara per l’attesa risposta.
Mons. Cambiaghi decise le questione con poche parole: “Se proprio vuoi andare via puoi andare in America Latina. In Africa assolutamente no!”.

Gli chiesi la benedizione e gli baciai la mano.
Raccolte le mie poche cose e lasciati gli alveari, che avevo, al fratello don Pino, ero pronto per la partenza.

A Genova tanti abbracci e tantissima emozione. Il giorno della Madonna della Neve partivo per i tropici.

Il cielo dell’emisfero sud traboccava di stelle. Le guardavo ammirato, la sera, dal ponte della nave mentre sentivo crescere in me l’ansia di arrivare presto alla mia destinazione.

Pescador è un paesaccio tra verdi colline del Minas Gerais. Mi apparve subito nella sua realtà. Popolo buono con le sue miserie, fede bella e superstizioni ostinate, tradizioni interessanti e pessime abitudini, tanti bambini sorridenti malvestiti, troppe bocche per così poco pane, mentre i padroni del latifondo stanno bene in città.

Strade polverose o infangate collegano le dodici località della parrocchia, che visito una volta al mese, nel tentativo di assicurare un minimo si assistenza religiosa.
Ciò significa: pescare tutta la notte senza prendere niente.
Quando verrà la sera mi metterò in coda per ricevere un soldo, se non altro, almeno per aver sopportato il peso delle giornata e tutta l’arsura, ma, guardando a tutti gli anni passati tra la messe senza operai, credo proprio nell’inutilità del mio servizio.

Da bambino ammiravo il nonno “Moscone” assorto nella sua lettura del “Bollettino Salesiano”, che faceva a bassa voce con gli occhiali a metà naso.
Gli interessavano molto le notizie delle missioni salesiane, e con autorevole bontà e competenza mi mostrava le illustrazioni della rivista: paesaggi dell’alto Rio Negro, indios con arco e freccia, villaggi di capanne e, soprattutto, venerande figure di missionari dalla barba fluente.
Apprezzava molto il lavoro dei missionari e nutriva per loro una stima illimitata.

Credo che sia stato dalla “fede” del nonno che mi sia venuto il primo desiderio, maturato in seguito, di fare qualcosa per le persone più abbandonate.

Giunto ormai all’età di sessant’anni, non so se la mia corsa stia per finire o quant’altra strada mi resti ancora da percorrere. Sento in cuore la gioia di non essere vissuto invano, perché ho conservato la fede: quella di vedere chiaramente che l’unica via per salvare il mondo è il Vangelo di Gesù.

Siedono alla mia mensa, attorno a me, bambini arrivati in casa per un imprevisto gioco della Provvidenza.
Tocca a me dividere con loro il pane e l’amore che non avrebbero mai avuto. Mi chiamano “papà”.

Pensavo e temevo molto la solitudine degli ultimi anni della vita, ma pur avendo l’età del nonno mi trovo ad essere “papà”.
La vecchiaia non bussa ancora alla mia porta, ed io sono tanto contento così.

“Grazie, Signore! Me l’avevi promesso nel giorno della mia prima messa, al salire per la prima volta i gradini dell’altare. Grazie davvero Signore!”.

Aff.mo Don Gianni Sacco