Pescador, Natale 2006

Lettere di Don Gianni Sacco

Carissimi Parenti ed Amici,

l’avvicinarsi del S. Natale mi fa sentire il desiderio di ritornare a Voi per augurarvi tutto il bene che meritate con la vostra bontà, e per dirvi ancora la mia profonda riconoscenza per la collaborazione generosa con cui mi aiutate a soccorrere tanta povera gente.

Pensando alle parole degli Angeli della notte Santa, dobbiamo chiedere al Signore che faccia trovare la strada dei pastori di Betlemme ai capi di stato, ai fanatici delle varie fedi religiose ed ai terroristi perché capiscano che la Pace è il primo diritto, in assoluto, di tutti gli uomini della terra, e che un’umanità che si scanna o che gozzoviglia, mentre ancora troppa gente soffre la fame, non può dare gloria a Dio.

IL TEMPO DI NATALE E’ TEMPO DI BONTA’, DI AMORE, DI PERDONO.

CHI VIVE QUESTI VALORI HA QUALCOSA DA INSEGNARCI

ANCHE SE NON HA GRANDI TITOLI DI STUDIO.



Eccovi tre esempi tratti dalla vita della gente semplice:

Qualche mese fa, nella sala di attesa di Belo Horizonte, tra i pazienti si trovava un uomo alto, elegante, sulla cinquantina. Era un certo Aloisio, un avvocato, in attesa di sapere se qualcuno si fosse offerto per donargli un rene, di cui aveva urgente bisogno.

Vicino a lui, una signora in abiti dimessi, moglie di un bracciante, madre di tre figli, era impaziente di conoscere l’esito di alcuni esami clinici, perché era decisa a donare un rene a suo fratello.

Il direttore della clinica fece chiamare l’avvocato e gli disse che purtroppo, non si era presentato nessun donatore.

Il sig. Aloisio ritornò in sala d’attesa, preoccupato e sconsolato, aspettando qualche familiare che lo riaccompagnasse a casa, perché si sentiva debole.

“La signora Regina! “ disse ad alta voce un’infermiera. “ Sono io! “ rispose la signora seduta vicino all’avvocato.

“ Venga pure! “.

Il medico le spiegò che non avrebbe potuto dare un rene a suo fratello, per problemi di incompatibilità, e la povera donna rimase costernata.

“Scusi dottore, lì fuori c’è un signore tanto triste. Se avesse bisogno di un rene, io glielo darei volentieri. Può vedere se si può? Mi fa tanta pena, povero uomo! “.

Clinicamente il trapianto sarebbe stato possibile.

L’avvocato, richiamato dal medico non voleva credere. “Ma lei signora non mi conosce neppure, - diceva a quella povera donna – non siamo né parenti, né conoscenti….”.

La signora Regina, un po’ imbarazzata rispose timidamente che il bene si può fare a chiunque.

Prima di Natale in una casa di Belo Horizonte ci sarà una festa. Invitati d’onore del dott. Aloisio saranno il bracciante, sua moglie ed i loro tre figli. Il trapianto è andato benissimo.

L’avvocato vuole presentare ai parenti la sua benefattrice e chiederà loro che la considerino come una della famiglia, lei col marito ed i figli.
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Nella cittadina di Aguas Formosas, due medici che lavoravano nello stesso ospedalino locale, non andavano d’accordo.

Un brutto giorno, dopo un’ennesimo bisticcio, il dott. Giulio decise di uccidere il suo collega il dott. Rui.

L’ occasione gli si presentò favorevole nel tardo pomeriggio di quello stesso giorno.

Il dott. Giulio sparò al suo collega, colpendolo alle spalle, mentre questi si trovava in compagnia di amici, seduto all’esterno di un bar, intento a suonare la chitarra.

Il dott. Rui lasciava sua moglie Adivete negli ultimi giorni di gravidanza, ed un bimbo di sei anni. Alla povera donna non poteva succedere una cosa peggiore.

Con l’aiuto dei genitori, la vedova si trasferì subito nella città di Teofilo Otoni, attese circa tre mesi per rimettersi un po’ in forze dopo tutto quello che le era accaduto, ed un giorno decise di ritornare ad Aguas Formosas.

Voleva regolare i conti con l’uccisore di suo marito.

Portava una borsetta un po’ rigonfia, ed il dott. Giulio impallidì come uno straccio, quando, aprendo la porta, si trovò di fronte la vedova del suo ex collega.

Gli occhi del medico assassino non si staccavano da quella borsetta, ma la signora Adirete lo tranquillizzò. “Dottore non abbia paura – incominciò a dire – i miei fratelli la volevano uccidere, ma io mi sono opposta. Tocca a me regolare i conti. Per questo sono venuta io personalmente a casa sua! “.

Tolse dalla borsetta una Bibbia e la appoggiò sul tavolo che le stava di fronte.

“Io credo a quello che c’è scritto in questo libro - disse – allora, in nome di quel Cristo che ha perdonato a chi lo inchiodava sulla croce, sono venuta a portarle il mio perdono. E con l’aiuto di questo libro, trovi la maniera di farsi perdonare da Dio tutto il male che ha fatto a mio marito, a me ed ai miei figli”. Gli tese la mano e lo abbracciò.

Il dott. Giulio riuscì a mala pena a balbettare qualche parola confusa.

Durante il processo la signora Adivete confermò il suo perdono e nella sala del Tribunale ci fu un silenzio profondo seguito, dopo alcuni istanti, da un caloroso applauso.
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Nel vicino paese di Campanario, Janete, una bella mora dallo sguardo mite, si era sposata sognando anche lei il sogno di tutte le sposine: avere un bimbo.

Quando si accorse di essere incinta si sentì la donna più felice del mondo.

Il marito modesto lavoratore, per festeggiare il lieto evento, si fece regalare mezza dozzina di uova, un bicchiere di zucchero ed un litro di fecola bianca di mandioca.

Con questa grazia di Dio, Janete fece una torta, la cosiddetta “ brevità “, ed insieme condivisero la loro gioia con i vicini di casa.

Passato qualche tempo Janete andò a farsi visitare: fatti alcuni esami la sentenza del medico fu laconica:” bisogna interrompere la gravidanza, perché la madre corre il pericolo di morire al momento del parto “.

Janete non sapeva bene cosa volesse dire “interrompere la gravidanza“ e chiese qualche spiegazione.

“Io, far uccidere il mio bambino? – esclamò indignata – ma neppure morta…”.

Il medico le disse: “ Pensaci su, Janete, poi mi dici qualcosa! “.

“Io non voglio ammazzare nessuno, dottore, e molto meno il mio bambino “, rispose seccamente Janete, e, da quel giorno, non si fece mai più veder da nessun medico.

Al momento del parto Janete era all’ ospedale.

Volle stringere al seno il suo piccolino, pregò per lui, lo benedisse, lo coprì di baci e se lo tenne al fianco fino all’ultimo respiro.

Ancora prima che perdesse conoscenza il medico le sussurrò qualche parola a bassa voce. Janete annuì con un cenno del capo ed abbozzò un sorriso……

Terminando con due notizie spicciole:

I lavori per l’asfalto dei 21 chilometri del nostro raccordo stradale sono iniziati il primo febbraio dello scorso anno ma non sono terminati: mancano ancora circa tre chilometri.

Nulla da eccepire perché tutto procede secondo il classico ritmo brasiliano.

D’altra parte anche i nostri vecchi, più calmi di noi, dicevano:” la gatta frettolosa fa i gattini ciechi “.

Come tutti gli anni, dato che siamo in primavera, i passerotti hanno fatto qualche nido sotto le tegole a vista dell’ampia cucina, dove ci ritroviamo per i pasti e le preghiere della sera.

Filippo li fornisce di briciole e chicchi di riso.

Saltellando sul tavolo, si avvicinano a lui mentre fa colazione. Fermandosi a pochissima distanza beccano frettolosamente alcune bricioline e scappano via.

Filippo è felice. E noi lo siamo con lui.

Per il resto, come capita a tutti, nella vita quotidiana non mancano i momenti di preoccupazione e di sofferenza, ma in tutto ringraziamo il Signore perché “ tutto è Grazia ”.

E nella Grazia del Signore, auguro a tutti Voi gioia e bene per il S. Natale e per il prossimo anno nuovo.



Aff.mo Don Gianni Sacco