PESCADOR:

S. Pasqua 2006

Lettere di Don Gianni Sacco

Carissimi, Vi penso sempre con tanto affetto e riconoscenza perché grande è il bene che ricevo da Voi con la preghiera, la bontà e gli aiuti che mi mandate per soccorrere tanta povera gente che bussa ogni giorno alla mia porta. Il messaggio di Pasqua di quest’anno, lo affiderei ad alcuni fatti di vita semplice, povera e sofferta, di questa gente, che voi potete meditare nel Vostro cuore.

Alvina si alza ogni giorno prima delle cinque. Mentre il marito prepara il cavallo per andare al lavoro, lei prepara il pranzo, mette la parte del marito in una marmitta termica e lascia l’altra parte al caldo, sul fornello a legna. Il marito di Alvina se ne va al galoppo e lei si trattiene ad ascoltare il programma che faccio in una radio locale, alle sei del mattino: un programma di trenta minuti di carattere religioso a cui aggiungo quindici minuti di suggerimenti pratici a facili per la casa, la cucina, l’uso di piante medicinali, l’alimentazione, le regole della buona educazione, l’orto, l’allevamento di animali da cortile ed altri argomenti di immediata utilità. Più tardi Alvina ha già messo in piedi i suoi due bambini, che invece di fare colazione devono pranzare subito, finire qualche compituccio o ripassare la lezione in fretta, perché il tempo stringe: alle ore dieci bisogna partire per andare a scuola. Alvina va insieme con i figli: Aline di dieci anni e Andrè di nove. Devono fare sei chilometri a piedi per raggiungere la fermata di un autobus che, dopo un’ora di scossoni e di frenate brusche, li scodella impolverati all’entrata della scuola. Alvina sfrutta il tempo ed anche lei entra in classe: è già in prima media. Le lezioni incominciano a mezzogiorno. Poco dopo le ore sedici, finita la scuola, si ritorna a casa, Un’altra ora di scossoni respirando la polvere che entra dalle porte sgangherate dell’automezzo, ed i sei chilometri da ripercorrere a piedi, Dopo la cena i bambini ed il marito, stanchi ed assonnati, se ne vanno a nanna. Alvina deve ancora lavare la biancheria, rammendare qualche strappo nei pantaloni del marito e anticipare qualcosa per il pranzo del giorno dopo. Verso mezzanotte, il gallo appollaiato sulla “goiabeira” di fronte alla cucina canta la prima volta. Alvina capisce che la sua giornata è finita e si concede qualche ora di riposo.

La signora Elvira Antunes ha 87 anni. Era nata, nel 1919, nella “vila” di Monte Azul, nella parte settentrionale del Minas Gerais, e subito dopo essersi sposata all’età di 17 anni, ha accompagnato il marito che veniva in questa zona per trovare terre più fertili, con acqua e pascolo abbondanti. Marito e moglie, scalzi, conducendo a mano due muli carichi delle loro masserizie, dopo venti giorni di viaggio a piedi, bivaccando per strada, sono riusciti a sistemarsi in questa zona. Con i pochi soldi portati da Monte Azul, e vendendo i due muli, hanno comperato un casolare e circa 150 ettari della foresta attorno. In mezzo a quella foresta solo il loro casolare, la loro tenacia, la scure per abbattere gli alberi, un lumicino a petrolio per la notte e qualche pericolo, soprattutto da parte di serpenti velenosi. Il casolare più vicino al loro era distante circa quattro chilometri: vi si poteva accedere percorrendo un sentiero, ricavato nel sottobosco a colpi di “facào”, il lungo coltellaccio in uso ai contadini come strumento di lavoro o come arma di difesa. Dopo alcuni mesi di silenzio, di solitudine, di lavoro estenuante e di trepidante attesa, durante una notte, ecco un vagito. Nasceva, con l’aiuto di Dio e della mamma, il primo figlio della coppia coraggiosa. Getulio, il papà, aveva preparato un po’ di acqua tiepida in una pentola di ghisa. Elvira tagliò il cordone ombelicale del neonato, si asciugò la fronte e ringraziò il Signore. Quando il bimbo incominciava a sgambettare, riceveva in dono un fratellino. E nel corso di una trentina di anni, altri diciotto sono poi nati nello stesso casolare, allo stesso lumicino di petrolio, assistiti tutti dalle premure esclusive dei genitori ed allevati così, alla buona, con molto lavoro ed una scuoletta a sette chilometri di distanza, dove la maestra era una buona signora che sapeva leggere, scrivere e fare qualche conticino aiutandosi con le dita. Ora il casolare è quasi vuoto: tutti sono partiti come rondinotti, qualcuno anche per il Cielo. La signora Elvira è rimasta solo con una figlia a vivere di ricordi, sempre sorridente ed affabile; usa gli occhiali, ci sente bene e ricorda tutto il suo passato con perfetta lucidità. “Come sta, signora Elvira ? ” “Sto nella Grazia di Dio”, sorride, mostra la corona del Rosario e guardando verso il cielo soggiunge: “Ormai …”

Silene aveva dieci anni compiuti, andava bene a scuola, era intelligente ed in casa aiutava la mamma, carica di figli e di fastidi. Il padre di Silene lavorava qualche giornata alla settimana quando non era ubriaco, ma i pochi soldi che guadagnava li spendeva quasi tutti a comperarsi la “pinga” (la grappa fatta col succo fermentato della canna da zucchero). E per dar da mangiare ai bambini, la povera donna doveva ripulire e tenere in ordine la residenza e la biancheria del padrone, cucinare per i “vaqueiros” (mandriani) della fazenda, guadagnando quattro stentati soldi che le venivano pagati di malavoglia. Il mattino di una domenica, il padre di Silene, trovata vuota la bottiglia della “pinga” e non ricordandosi di averla bevuta tutta il giorno prima, diventa furioso, Incomincia ad imprecare, a spaventare i bambini con i suoi gridi, a dar spintoni alla moglie. Poi prende la bottiglia vuota, la mette in mano a Silene e le dice: “Vai di corsa, subito ! Va dal vecchio Nò e compera un litro di “pinga”. La moglie gli fa osservare che la bambina stava aspettando l’ora del pranzo per mangiare qualcosa e, naturalmente, non poteva fare a piedi cinque o sei chilometri di andata ed altrettanti di ritorno, a stomaco vuoto, per comperare quella maledetta “pinga” dal vecchio Nò. “Taci tu, vecchia strega, grugnì l’ubriacone, non è così che si educano i figli !” Silene corse via accompagnata dal suo fido cagnolino color castagna, che la seguiva scodinzolando. Il vecchio Nò disse a Silene: “Tuo padre non ha cervello! Gli mando la “pinga” se no è peggio per te, povera creatura, ma appena lo vedo gli dico io quello che si merita”. Il sole era cocente. Il vecchio Nò accompagnò con lo sguardo quell’esile figura di bimba fino a quando scomparve, a passi veloci, nella discesa del guado della Macaquinha. Mancava poco più di un chilometro per arrivare a casa. Silene era stanca, assetata, esausta. Lungo il percorso, neppure una fonte, ma solo erba e bestiame al pascolo sotto un sole martellante. Si coricò all’ombra di un folto cespuglio, tolse il tappo della bottiglia ed incominciò a bere nell’illusione di trovare un po’ di ristoro al suo sfinimento. Il cagnolino, ormai vicino a casa, proseguì da solo ed andò a sdraiarsi sotto una pancaccia di quel povero casolare desolato. La mamma aspettava che Silene arrivasse subito, anche lei. Ma invano. “Mio Dio – disse - che le sia successo qualcosa ?”. Uscì di corsa senza badare agli urli sgraziati del marito che la richiamava indietro. Silene si era addormentata dopo aver bevuto quasi metà della “pinga”, ma aveva gli occhi aperti, fissi guardando verso il cielo. La mamma la chiamò, la scosse, la prese in braccio. Silene era morta.

Il padre di Ana Lùcia è vaquero (mandriano) come tanti altri. Guadagna poco ma riesce a tirare avanti con la sua famiglia, anche perché due o tre figli portano già a casa qualche soldino. Ana Lùcia, bimba molto vivace, aveva otto anni quando una mucca del padrone le aveva sfondato il torace con una cornata. Il papà accorso prontamente aveva capito che il caso era grave e con la corsa veloce di un buon cavallo al suo calesse, rapidamente raggiunse il medico del paese. “Josè – gli disse il medico – la bambina deve essere ricoverata in carattere di urgenza in un ospedale di Teòfilo Otoni. Non c’è tempo da perdere”. “Ma in quale ospedale ?” – chiese il padre. “E che ne so io. Dio glie la mandi buona !” Qualche ora dopo mezzanotte, Josè, respinto già da tre ospedali con le scuse più disparate, (ma in realtà perché era un povero mandriano) finalmente era stato accolto e fatto accomodare in un corridoio dell’ospedale municipale della città. Un’infermiera avvisò Josè che il medico di guardia non poteva venire subito perché era occupato con un ammalato grave. “Deus e mais nada !” – rispose Josè. (Dio e nulla più). La fronte di Ana Lùcia era imperlata di sudore. Il respiro si faceva sempre più difficile e affannoso per il sangue che si versava all’interno del polmone inciso dalla costola fratturata. Josè le chiese se aveva sete. “Papà – rispose Ana Lùcia – io sento che muoio, però tu dì alla mamma di non piangere per me !” “Ma cosa dici – rispose il papà asciugandosi alcune lacrime col dorso della mano – adesso viene il medico …” “No, papà, io muoio … io muoio. Abbracciami, abbracciami papà, oh papà … io …i… “. Josè rimase immobile, seduto, con la sua bimba fra le braccia, coperta da un asciugamani che aveva portato con sé. L’attesa non fu molto lunga. Arrivò il medico di guardia. “Scusi, è lei Josè, un vaquero di Pescador ?”. “Sì, signore, sono io” - rispose Josè, col viso solcato dalle lacrime. “E la bambina come sta ?” Sta bene signor dottore, sta bene, grazie a Dio sta bene !” Il medico scoprì il viso di Ana Lùcia. Un visino dolce nel sonno di una morte angelica. “Ma come ?” chiese il medico al padre di Ana Lùcia. “Signor dottore, mia figlia è in Paradiso!”

La Passione del Signore continua misteriosamente in ogni creatura umana che soffre. La risposta al dolore umano si trova solo nella passione e nella Croce del Figlio di Dio. La Risurrezione del Signore è la prima luce data agli uomini perché intravedano i segni della speranza esattamente dove sembra che si vedano soltanto i segni della morte.

Buona Pasqua in gioia e serenità per tutti.

Aff.mo Don Gianni Sacco